Quando la scienza diventa potere
di Angelo Conforti
Prefazione a Psicoanalisi sotto tiro di Antoine Fratini
“Non esistono cose o fatti,
ma solo interpretazioni di cose o fatti”
(F. Nietzsche, La volontà di potenza, § 481, 1901)
“Lo scientismo si basa
sull’esistenza della scienza, ma non è scientifico in sé stesso. Il suo
postulato di partenza, la trasparenza integrale della realtà, è indimostrabile;
e lo stesso vale per il suo punto d’arrivo, la fabbricazione dei fini ultimi
mediante il processo stesso di conoscenza. Alla base come al vertice, lo
scientismo esige un atto di fede (“la fede nella ragione”, diceva Renan); in
questo esso appartiene non alla famiglia delle scienze, ma a quella delle
religioni. Per convincersene, basta vedere quale atteggiamento adottano le
società totalitarie, fondate su premesse scientiste, nei confronti del loro
programma: mentre la regola corrente della scienza è di lasciare carta bianca
alla libera critica, queste società esigono di tacere le proprie obiezioni e di
praticare la sottomissione cieca – come si fa con le religioni. Bisogna
insistere su questo punto: lo scientismo non è la scienza, esso è piuttosto una
concezione del mondo spuntata come un’escrescenza sul corpo della scienza”
(Tzvetan Todorov, Memoria del bene, tentazione del male, Milano, 2002)
Lo scientismo è una figura
del nichilismo.
Il nichilismo è l’ineluttabile conseguenza del dogmatismo: dando valore assoluto
ad una interpretazione della realtà, tutto il resto della realtà (e tutte le
altre interpretazioni di essa) sono pari a nulla.
Lo scientismo innalza la conoscenza scientifica a dogma e annienta tutto ciò che
non rientra nei canoni e nelle procedure della scienza.
Tutte le inquisizioni e le persecuzioni, tutti i fanatismi e i terrorismi,
derivano dal dogmatismo e producono nichilismo, soprattutto se si materializzano
in un potere reale, grazie al quale possono imporre i loro dogmi e distruggerne
gli avversari.
Sembra dunque perfettamente consequenziale che un Ordine Regionale di Psicologi,
essendo preposto a tutelare una professione protetta dalla legge e che, perciò
stesso, si sente investito di un potere, credendo inoltre di detenere una
qualche verità scientifica, finisca per inquisire e perseguitare, in modo
fanatico e terroristico (per quanto si tratti, per fortuna, di terrorismo solo
psicologico!) tutti quegli spiriti liberi che promuovono ed auspicano un’umanità
progressivamente sempre meno asservita ai dogmi di tutti i tipi, posta dunque in
grado di esprimersi liberamente e pienamente: questi ultimi sono come leoni e
lottano coraggiosamente contro i draghi dell’autorità, schierati a difesa di
valori ritenuti in qualche modo immutabili, per impedire il libero sviluppo del
pensiero e della personalità umana.[1]
Il contributo della
psicologia scientifica allo studio della personalità umana non va certo
sottovalutato e gli sviluppi che essa ha subito dopo la sua fondazione, avvenuta
entro l’orizzonte dello scientismo positivista e comunemente fissata al 1878[2],
sono certamente significativi sotto diversi punti di vista e non possono essere
tutti inglobati nella categoria del riduzionismo.[3]
Tuttavia, negli stessi anni, qualcuno cominciava a mettere in discussione le
“magnifiche sorti e progressive” di un’umanità governata dai lumi della
razionalità scientifica e a polemizzare vivacemente con alcuni assunti non
dimostrati del Positivismo trionfante: il presupposto della riducibilità delle
attività mentali e psichiche a fatti fisici (che già era stato introdotto in
filosofia naturale da Thomas Hobbes nel ‘600 ed è stato posto da Auguste Comte a
fondamento della propria “fisica sociale”); la “fede” nel principio di causalità
(su cui si è eretta una concezione deterministica della realtà); il valore
metodologico pressoché indiscusso del principio di induzione, che consente di
generalizzare le esperienze e di formulare leggi della natura oggettive,
universali e necessarie.
Fin dal 1843 il “positivista
empirista” John Stuart Mill riteneva non fosse possibile “alcuna dogmatizzazione
dei risultati della scienza” (Abbagnano, 1966: 299), criticando il valore
assoluto del principio di induzione e minando alle basi la legge di causalità
necessaria. E, nel 1874, Emile Boutroux con il suo primo scritto La
contingenza delle leggi di natura conduce il suo attacco al determinismo nel
cuore stesso della roccaforte delle scienze positive, sostenendo
l’irriducibilità della natura all’uniformità e alla necessità di principi
esplicativi matematici.
Qualche anno dopo, Nietzsche, “inattuale” per definizione e per scelta,
sviluppando la sua radicale critica del dogmatismo di qualunque genere e tipo,
ne La gaia scienza (1882), parlando della conoscenza scientifica, scrive:
«Costruite la vostra città sul Vesuvio». Un importante studioso del filosofo
tedesco, Antimo Negri, nel suo saggio Nietzsche. La scienza sul Vesuvio
(1994) ha sottolineato il grande valore profetico delle teorie nietzscheane,
vedendovi un’anticipazione dell’epistemologia contemporanea e una frattura con
quella filosofia della scienza che poneva le sue basi nel pensiero di Descartes.
Il celebre filosofo francese sosteneva, infatti, la necessità di costruire la
scienza sulla roccia, mentre all’estremo opposto un grande epistemologo
contemporaneo come Popper, che legge Nietzsche e lo cita, scrive che la scienza
è costruita sulle palafitte, che affondano nella sabbia mobile della palude.[4]
Il punto di svolta è l’icastica immagine di Nietzsche: “costruire la casa della
scienza su un terreno vulcanico significa non esser sicuri che sia robusta,
forte, stabile, ma pensare che sia destinata, prima o poi, a franare. Da qui
deriva – sostiene Negri - lo scardinamento totale della fisica classica o
matematica, che pretendeva di esprimersi con proposizioni universali ed
oggettive […] se la casa della scienza, di qualsiasi scienza, anche della
scienza naturale, è costruita su un terreno vulcanico, sempre pronto a farla
saltare in aria, questo vuol dire che le proposizioni scientifiche, anche di
quelle scienze che si ritenevano esatte, perché matematizzate, non possono più
pretendersi esatte, cioè perfette, fuori del divenire storico. Non abbiamo più
una immagine del mondo, ma infinite immagini del mondo” (A. Negri, 1994).
Passeranno ancora pochi anni
e Sigmund Freud, che pure ebbe, come Wundt, una formazione da fisiologo e
medico, constatando i limiti della psichiatria dell’epoca, operò una profonda
frattura epistemologica nel campo di quelle scienze umane che i positivisti
intendevano assimilare alle scienze della natura.
Con Freud nasce un nuovo paradigma scientifico, che non pretende più di
rintracciare leggi oggettive e generali del comportamento umano, una nuova
“scienza”, la psicoanalisi: ora il soggetto umano è chiamato ad analizzare se
stesso, a conoscere a fondo il proprio universo interiore e le profonde
motivazioni delle proprie relazioni col mondo esterno. È non è certo per farne
scaturire una presunta verità definitiva, che l’individuo è invitato a sondare
gli abissi della propria psiche, ma per costruirne un’interpretazione, in cui
ognuno possa riconoscere se stesso come un “luogo” in cui si generano
liberamente le possibili interpretazioni del mondo.
Il fondatore della psicoanalisi aveva scoperto che la scienza della psiche non
può essere oggettiva[5]
e deterministica, nel modo in cui si erano sviluppate tutte le altre scienze
fisico-matematiche. In tal modo, egli inaugurava nella prassi un modello di
conoscenza che nel breve giro di mezzo secolo metterà in discussione, nonostante
le molte resistenze, anche lo statuto epistemologico delle scienze della natura.
In pochi decenni, Nietzsche e Freud hanno così squarciato il “velo di Maja” che impediva e tuttora impedisce a tanti intellettuali di cogliere la complessità del reale e, in particolare, dell’universo molteplice e mutevole della psiche umana[6]. Arrestandosi ancora al di qua di quel velo ormai lacerato, essi ritengono di poter detenere una qualche verità assoluta e di doverla imporre agli altri, con la persuasione o con la forza.
E così, quando un dogmatismo,
come quello scientista, si trasforma in un potere reale, è quasi inevitabile che
emerga la sua tendenza al fanatismo, all’intolleranza, al terrorismo, cioè a
tutte quelle figure del nichilismo, che considerando “niente” tutto ciò che non
rientra nei canoni del dogma, lo perseguita tentando di annientarlo nella
realtà.
Il racconto di Antoine Fratini è in questo senso esemplare e ricorda da vicino
tutte le grandi narrazioni che hanno dato un volto concreto al nichilismo
occidentale, tra le quali campeggia con risalto particolare l’opera di Franz
Kafka.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Abbagnano Nicola, Storia della Filosofia, III, Torino, 1966
Galimberti Umberto, La casa di psiche, Milano, 2005
Negri Antimo, Nietzsche. La scienza sul Vesuvio, Bari, 1994
Negri Antimo, “La sentenza di Nietzsche: «Non fatti ma interpretazioni»”, Intervista a cura di Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche (http://www.emsf.rai.it/interviste/interviste.asp?d=489), 21 Aprile 1994
Popper Karl Reimund, Logica della scoperta scientifica, Torino, 1970
Trevi Mario, Per uno junghismo critico, Milano, 1987.
[1] L’allegoria risale a Nietzsche che, in uno splendido e ricchissimo passo di Così parlò Zarathustra, racconta le tre metamorfosi che lo spirito umano potrebbe subire, se volesse liberare se stesso dalla tutela di ogni potere assoluto e intraprendere la strada che conduce alla propria autentica realizzazione. Ne riportiamo un passo: “Ma là dove il deserto è più solitario avviene la seconda metamorfosi: qui lo spirito diventa leone, egli vuol come preda la sua libertà ed essere signore nel proprio deserto. Qui cerca il suo ultimo signore: il nemico di lui e del suo ultimo dio vuol egli diventare, con il grande drago vuol egli combattere per la vittoria. Chi è il grande drago, che lo spirito non vuol più chiamare signore e dio? «Tu devi» si chiama il grande drago. Ma lo spirito del leone dice «io voglio». «Tu devi» gli sbarra il cammino, un rettile dalle squame scintillanti come l’oro, e su ogni squama splende a lettere d’oro «tu devi!». Valori millenari rilucono su queste squame e così parla il più possente dei draghi: «tutti i valori delle cose risplendono su di me». «Tutti i valori sono già stati creati, e io sono ogni valore creato. In verità non ha da essere più alcun ‘Io voglio’!». Così parla il drago. Fratelli, perché il leone è necessario allo spirito? Perché non basta la bestia da soma, che a tutto rinuncia ed è piena di venerazione? Creare valori nuovi – di ciò il leone non è ancora capace: ma crearsi la libertà per una nuova creazione – di questo è capace la potenza del leone” (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, “Delle tre metamorfosi”, 1885)
[2] In tale data Wilhelm Wundt istituì a Lipsia un laboratorio di psicologia sperimentale: nasceva ufficialmente la psicologia come “scienza di laboratorio”, a carattere sperimentale. I notevoli progressi delle “scienze positive”, l’affermarsi di concezioni meccanicistiche e deterministiche, il clima di generale progresso che diede vigore a ricerche e sperimentazioni empiriche in tutti i campi, furono i fattori principali che indussero il filosofo e medico Wundt a connettere strettamente i processi psichici a quelli cerebrali, sostenendo la loro reciproca influenza. Egli aveva studiato con eminenti fisiologi dell’epoca (Hermann von Helmholtz, Johannes Muller, Emil Du Bois – Reymond) e nel suo testo del 1874 I fondamenti della psicologia fisiologica enunciò i principi ispiratori basilari della nuova scienza. Da allora la psicologia ha subito notevoli sviluppi e trasformazioni, ma nonostante siano avvenute nel frattempo notevoli fratture epistemologiche nell’ambito delle scienze positive, non si è mai del tutto spenta la tendenza riduzionistica e scientista, espressa in particolar modo dalle correnti derivate dal Behaviourism (comportamentismo), fondato negli USA da John B. Watson nei primi decenni del ‘900, sulla scia degli studi di psicologia oggettiva condotti in URSS dal fisiologo Ivan Pavlov, premio Nobel per la medicina per le ricerche sui riflessi condizionati.
[3]
È opportuno ricordare, tra le teorie che tentarono di sfuggire al
riduzionismo, almeno il Funzionalismo fondato negli USA da William
James, la Gestalt Psychologie, nata in Germania ad opera di Max
Wertheimer, la Psicologia Personalistica fondata dall’americano
Gordon Allport e la Psicologia Genetica creata da Jean Piaget in
Francia.
[4] “Dunque la base empirica delle scienze oggettive non ha in sé nulla di «assoluto». La scienza non posa su un solido strato di roccia. L’ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire, sopra una palude. È come un edificio costruito su palafitte. Le palafitte vengono conficcate dall’alto, giù nella palude: ma non in una base naturale o «data»; e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare più a fondo le palafitte non significa che abbiamo trovato un terreno solido. Semplicemente, ci fermiamo quando siamo soddisfatti e riteniamo che almeno per il momento i sostegni siano abbastanza stabili da sorreggere la struttura” (Karl R. Popper, 1970: 102).
[5] La svolta operata dalla psicoanalisi è ben riassunta dal filosofo e psicoanalista Mario Trevi che scrive: “La «psicologia» come scienza si pone al di fuori di ogni confronto con le altre scienze dell’uomo (e comunque distante da ogni scienza della natura), appunto perché il suo oggetto di indagine coincide con lo stesso soggetto indagante e ogni tentativo di «porsi al di fuori» di quest’ultimo porta inevitabilmente le stimmate della soggettività. Il «testo» che lo psicologo si propone di indagare, la psiche nella sua sconfinata fenomenologia, non può essere colto in un’immobile e atemporale oggettività, ma sempre attraverso quell’orizzonte dischiuso dal soggetto nel momento in cui su quel testo si ripiega” (M. Trevi, 1987: 16)
[6] Come ci ricorda opportunamente Umberto Galimberti, le attuali tendenze dominanti nella psicologia, il cognitivismo e il comportamentismo, finiscono paradossalmente per negare l’individualità e la soggettività della psiche: “Il cognitivismo, infatti, invita ad aggiustare le proprie idee e a ridurre le proprie «dissonanze cognitive», in modo da armonizzarle all’ordinamento funzionale del mondo; il comportamentismo ad adeguare le proprie condotte, indipendentemente dai propri sentimenti e dalle proprie idee […] Si viene così a creare quella situazione paradossale in cui l’«autenticità», l’«essere se stesso», il «conoscere se stesso», che l’antico oracolo di Delfi indicava come la via della salute dell’anima, diventa, nel regime della funzionalità dell’età della tecnica, qualcosa di patologico […] In questo modo le psicologie a orientamento cognitivista e comportamentista perdono il loro oggetto specifico che è la «psiche», e gli individui perdono l’«anima» […]” (U. Galimberti, 2005: 170-171).