Angelo Conforti

La vera vita

Si sollevò, assestandosi meglio sulla sedia. Come sempre, quando lavorava a lungo, gli dolevano le articolazioni e i muscoli sotto la nuca. Riguardò con soddisfazione le carte e gli altri oggetti sparsi sulla scrivania. Si sentiva stanco. Era sudato. La camicia sotto le ascelle era fradicia. Provava uno strano piacere ad annusare l’odore acre che ne emanava. Si lasciò invadere lentamente dall’eccitazione che lo prendeva in quegli istanti febbrili, in cui ripensava ai risultati conseguiti, e lo invadeva l’ansia di mettersi nuovamente alla prova. Nella sua mente si accavallavano le idee, prendevano forma i grandi progetti, cresceva il desiderio di arrivare.

Il resoconto lo soddisfaceva pienamente. Nulla gli era sfuggito. Normalmente dedicava la primissima mattina, dopo una salutare passeggiata, alla stesura del resoconto e del programma del giorno dopo. A tale scopo, non esistevano in commercio agende adatte alle sue attuali esigenze. In un primo tempo, si era accontentato di un modello diffuso tra i professionisti che consente di pianificare con una certa approssimazione l’intensa giornata di un uomo molto impegnato. Ma, certo, il livello del suo impegno era di gran lunga superiore. Perciò, successivamente, per un breve periodo, si era servito di grandi fogli quadrettati che egli stesso provvedeva a suddividere in sezioni. In seguito, definitane la struttura ottimale, si era fatto stampare dei fogli forati che rispecchiavano perfettamente i suoi metodi e che poteva agevolmente riunire in capaci raccoglitori.

Alla ginnastica dedicava una buona parte della mattina. Iniziava, di solito, con duecento flessioni sulle braccia. Un lieve sorriso gli si disegnò sul volto mentre ripensava ai traguardi raggiunti. Rammentò la fatica degli inizi, le sei-sette flessioni che le sue braccia mingherline sopportavano, prima di cedere per il dolore spaventoso. Chi avrebbe scommesso su esiti tanto sorprendenti? Tutta questione di metodo, pensava tra sé, mentre un’ondata di orgoglio gli saliva nel petto.

Poi, una doccia fredda e un bagno caldo gli toglievano il sudore e la stanchezza. Si sdraiava sul letto e ascoltava musica, seguendo rigorosamente il programma predeterminato.

A mezzogiorno raggiungeva velocemente la piscina, da cui si allontanava con altrettanta rapidità all’una. A quell’ora, la gente non occupava la vasca schiamazzando. La maggior parte non erano ancora arrivati. Avrebbero invaso tutto lo spazio disponibile, nell’acqua e fuori, più tardi nel pomeriggio. Quelli che erano entrati la mattina e si trattenevano fin quasi a sera se ne stavano sdraiati al sole, sonnecchiando, o si godevano il relax sotto l’ombrellone. Era quello l’unico momento della giornata in cui i bagnini autorizzavano la rimozione del divisorio tra i due settori della vasca olimpionica. Così, quei pochissimi come lui che utilizzavano la piscina per nuotare potevano farlo indisturbati. La sua misura erano i 1.500 metri, 30 vasche da percorrere in un tempo sempre più breve. Aveva iniziato con oltre 45 minuti, un vero record di lentezza. Arrivava stremato all’ultima vasca, nuotando scompostamente. Dopo un buon mese di allenamento era già sceso a mezz’ora circa e soprattutto riusciva a conservare uno stile dignitoso per tutta la durata della prova.

Un pranzo frugale e un fugace riposo, dedicato a sfogliare un quotidiano, precedevano l’immediato pomeriggio, riservato alla lettura. Nel fresco della sua stanza, la cui finestra dà su un cortile alberato, sfuggiva all’afa rifugiandosi per qualche ora tra le pagine di buoni romanzi.

Più tardi ci sarebbe stato un lungo giro in bicicletta sulle colline, poco prima di cena. Grazie a tutta quell’attività ginnica e sportiva, il suo corpo goffo, spalle cadenti e andatura ciondolante, che lo impacciava e quasi ingombrava il suo spirito, si stava trasformando in un fisico da atleta, praticamente perfetto.

Ma ora l’estate era alla fine e il suo programma quotidiano avrebbe dovuto essere adattato alla nuova stagione incipiente. Quella stessa mattina, nella sua consueta passeggiata antelucana, si era trovato immerso in una fitta nebbia che preannunziava l’autunno. Meditava di comprare un vogatore e forse anche una cyclette, per continuare i suoi preziosi esercizi anche nel corso della stagione fredda.

Presto, comunque, qualcosa sarebbe cambiato definitivamente nelle sue abitudini quotidiane. Questo pensiero si stagliò nettamente, quasi gli si fosse materializzato davanti agli occhi.

Come al solito durante queste uscite mattutine, indossava una giacca leggera e gli piaceva sollevarsi il bavero, per proteggersi, forse dall’umidità della notte ma anche dagli sguardi dei rari passanti. Rasentava la parete di un edificio abbandonato, cadente. Sbucò in una piazza. Nell’alba solitaria, un’auto apparve silenziosa, nell’atmosfera ovattata, e si allontanò assorbita dal nulla, scomparendo come un fantasma.

Tutta la sua esistenza precedente gli appariva come qualcosa di falso. Contrassegnata da una sorta di vizio di origine, un’imperfezione intollerabile la pervadeva nel profondo. Aveva dovuto rinnegare completamente un tale passato, incompleto e impreciso, un gigantesco inaccettabile sbaglio. Altre volte aveva progettato una palingenesi, fissando la data del nuovo inizio. Frettolosamente, forse troppo. Inevitabilmente, gli era poi capitato di ricadere negli antichi errori.

Questa volta però era stato estremamente meticoloso. Si era preparato con assoluto rigore, guardandosi bene dallo stabilire in anticipo il primo giorno della nuova era.

I suoi dettagliati resoconti si trasformavano in testi di meditazione nelle sere d’estate, quando la brezza che soffiava leggera dalle colline percorreva le sue stanze, rincorrendosi tra porte e finestre finalmente spalancate. In quelle annotazioni accurate ritrovava il nuovo se stesso che stava nascendo. Da quei fogli, che ben testimoniavano la fatica e anche il dolore di quel periodo, penetrava in lui l’onda dell’entusiasmo, la gioia che, proprio nella stanchezza, scaturisce dallo sforzo, dal superamento dei propri limiti. Era certo che solo i suoi resoconti gli avrebbero rivelato il momento giusto.

Dall’altra parte della piazza, su un muro giallo e scrostato, un cartellone di un film si intravedeva appena. Vi campeggiava sopra una sorta di gigantesco feto. Tra non molto, lo sapeva, avrebbe dimenticato definitivamente quelle malinconiche giornate in cui la derisione lo feriva e l’umiliava il disprezzo, l’insicurezza e l’inettitudine divenivano un peso intollerabile.

Adesso si sentiva ormai giunto in prossimità della mèta, pronto per affrontare in modo nuovo il mondo e la gente. Stava quasi per iniziare la sua vera vita.

(prima versione 1976)

pubblicato da La clessidra, maggio 2000, pag. 93



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