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Il Governo ha varato i due
provvedimenti (un decreto e un disegno di legge)
sulla competitività che dovrebbero porre qualche
rimedio al crollo vero e proprio dell'economia
italiana nei confronti del resto del mondo.
L'importo destinato a finanziare queste misure
ammonta complessivamente a un miliardo di euro
all'anno per quattro anni, ma di questa cifra solo
la metà è destinata ad accrescere la competitività
del sistema. Il giudizio sinteticamente più aderente
l'ha dato ieri Guglielmo Epifani, segretario della
Cgil: "Un topolino che va nella direzione
sbagliata". Non si poteva dir meglio.
Il declino sia nell'industria che nei servizi era
cominciato da almeno dieci anni, ma è dal 2002 che
la caduta è diventata verticale. Non soltanto nei
confronti delle emergenti economie asiatiche e di
quella americana, ma perfino all'interno dell'area
europea e tra i dodici paesi legati tra loro dalla
moneta unica, quelli cioè verso i quali si dirige il
flusso più importante del nostro commercio
internazionale.
Siamo scesi al quarantacinquesimo posto nella
classifica mondiale della competitività e
continuiamo un anno dopo l'altro a perdere terreno
senza che finora i governi succedutesi a partire dai
primi anni Novanta abbiano affrontato il problema in
termini seri e responsabili.
Quello al potere dal 2001, durante il quale come si
è detto il declino competitivo è diventato un
crollo, ha addirittura imboccato una strada opposta
a quella necessaria per ridar fiato alla nostra
languente capacità di competere: ha preferito
mortificare la domanda interna di consumi e di
investimenti per concentrare le poche risorse
disponibili nella riduzione della fiscalità sui
redditi medio-alti. E questo finora è stato tutto.
L'effetto benefico atteso da quella riduzione non si
è avuto e non si avrà; ciò nonostante il governo
persiste nella promessa di nuovi sgravi sul reddito,
da effettuarsi pochi mesi prima delle elezioni del
2006, per 12 miliardi di euro secondo gli annunci
lanciati nei giorni scorsi da Berlusconi.
Il ministro del Tesoro, Domenico Siniscalco, dal
canto suo si è limitato a fornire il contributo di
una silente e rassegnata acquiescenza alle panzane
che fischiano intorno a lui, accucciato da oltre un
anno sulle ginocchia del "premier" (se posso usare
un'immagine non necessariamente maschilista che il
collega Travaglio ha introdotto nel dibattito
pubblico).
Questa è dunque la situazione a metà marzo del 2005:
stasi dei consumi e degli investimenti interni, calo
delle esportazioni complessive, abbattimento
dell'avanzo primario di bilancio di tre punti e
mezzo su cinque, crescita del Pil dell'1,2 per
cento, rapporto deficit/Pil al 3 con previsioni di
sfondare la soglia di stabilità fino al 4,5 nel
2005. Infine, ciliegia finale sulla torta di questo
disastro al quale il redivivo Tremonti ha dato ampia
mano, un crollo della competitività a 360 gradi,
verso l'Asia emergente, verso gli Usa, verso i Paesi
dell'Unione europea e perfino, tra questi, verso
Germania, Francia, Spagna, principali partners del
nostro commercio internazionale.
Per arginare "in extremis" questa valanga di pessime
notizie, in un anno che ha visto una manovra
finanziaria di ben 33 miliardi di euro (66 mila
miliardi di vecchie lire), ora il governo si accinge
a destinare al rilancio della competitività un
miliardo nei prossimi quattro anni. Spicciolame, che
non arginerà un bel niente nel momento in cui le
merci cinesi invadono i settori tradizionali della
piccola e media industria italiana, che ha
rappresentato fino a pochi mesi fa il nerbo
dell'elettorato del centrodestra. La parte meno
consapevole di quell'elettorato cerca la protezione
dietro i dazi anti-cinesi invocata dalla Lega senza
rendersi conto che nel mercato globale il dazio è
uno strumento spuntato, specie se adottato da un
singolo Paese contro qualche cosa che somiglia al
resto del mondo.
Per accrescere la competitività bisogna realizzare
obiettivi precisi e chiari. Quelli e non altri, se
si vuole risolvere il problema; altrimenti gli si
gira intorno ma il problema resta lì e anzi si
aggrava, come è avvenuto dal convegno di Parma della
Confindustria fino ad oggi.
Gli obiettivi sono i seguenti. 1. Aumentare la
produttività dell'ora lavorata. 2. Diminuire il
costo dell'ora lavorata. 3. Diminuire il costo del
lavoro. 4. Diminuire la fiscalità sul lavoro e sulle
imprese. 5. Creare un vero sistema di ricerca
applicata e un vero sistema di formazione e
qualificazione: due "offerte" che debbono vedere
coinvolti le imprese, i sindacati, la scuola,
l'Università, senza di che sia la ricerca che la
formazione risulteranno parole inutili e inutilmente
ripetute senza produrre alcun risultato. 6. Far
crescere la dimensione delle aziende. Se ne parla da
dieci anni, ma il risultato è stato che in questo
periodo la dimensione delle aziende, il loro
fatturato e il numero unitario degli addetti non
solo non è aumentato ma è addirittura diminuito. 7.
Innovazione non solo nei processi di produzione ma
nella natura dei prodotti da offrire sul mercato. 8.
Creazione di punti di eccellenza e di "campioni" di
dimensioni almeno europee. 9. Liberalizzazione dei
mercati e in particolare delle utilities e degli
ordini professionali. Alcuni di questi obiettivi
sono sulla carta realizzabili senza spese ma
incontreranno forti resistenze corporative.
Se il provvedimento del governo riuscirà a superarle
sarà una buona cosa, meritevole di essere appoggiata
anche dall'opposizione. Ma è chiaro che l'insieme
degli strumenti necessari per rilanciare la
competitività del sistema Italia comporta mezzi
imponenti da graduare entro un tempo che non può
essere troppo diluito se si vuole finalmente
produrre quella famosa scossa della quale il governo
parla da quattro anni a vanvera. Non c'è stata
alcuna scossa e neppure qualche tenue brivido, ma
soltanto un presentimento di rigor mortis
nell'economia italiana tra il 2001 e il 2004. Ed è
dunque su questa situazione che bisogna infine
confrontarsi.
C'è una questione che l'opposizione non ha ancora
messo sul tavolo con la dovuta chiarezza e
assertività, a parte alcune dichiarazioni di Fassino,
D'Alema e Vincenzo Visco sparse qua e là in qualche
intervento.
La questione non è soltanto quella della
sostenibilità della riduzione delle aliquote
nell'imposta sui redditi, e neppure quella della sua
inefficacia ai fini del rilancio della domanda
interna, né infine quella dell'equità sociale.
La vera questione sta nella destinazione delle
risorse, che sono poche e vanno dunque concentrate e
mirate ad un fine preminente su tutti gli altri.
Se il fine consiste nel rilancio della
competitività, ogni centesimo di euro distratto da
questo obiettivo reca danno e non beneficio
all'economia del Paese. Questo è e deve essere il
punto di battaglia. Se è chiaro, allora il programma
del centrosinistra è già fatto almeno per tre quarti
per quanto riguarda l'economia.
Venendo ad alcuni dei provvedimenti che possono da
subito migliorare la situazione, il primo mi sembra
quello di detassare interamente le imposte che
gravano sul lavoro, cominciando dall'abolizione
totale dell'Irap, seguita dall'altro provvedimento
di ancor maggiore efficacia, che consiste nel
passare alla fiscalità generale la contribuzione
previdenziale e sanitaria che attualmente grava
sulle imprese e sui lavoratori. Si tratta di oneri
ingenti, il famoso cuneo contributivo che produce
quasi il raddoppio del costo del lavoro creando una
differenza insostenibile tra il salario netto che
entra in busta paga e l'onere complessivo pagato
dalle aziende.
L'efficacia di questi due provvedimenti sull'intera
economia sarebbe notevolissima poiché consentirebbe
un aumento del salario netto dei lavoratori (da
parametrare sugli aumenti della produttività oraria)
e un alleggerimento notevole del costo del lavoro
per ogni occupato a beneficio delle imprese. Ne
deriverebbe un incremento dei profitti e quindi
dell'alto finanziamento degli investimenti, che ne
riceverebbero una spinta poderosa.
Questa sì, configurerebbe quella scossa salvifica,
capace di rilanciare consumi, investimenti,
occupazione, accrescendo nel contempo la
competitività dell'intero sistema. Di conseguenza ne
avrebbe beneficio anche il fisco, come accade tutte
le volte che si adottano politiche espansive su
obiettivi mirati riguardanti masse ingenti di
consumatori e di contribuenti, rilanciando nel
contempo il reddito dei lavoratori e i profitti
delle aziende.
Resta il tema più immediato di contenere l'invasione
dei prodotti "cinesi", che hanno costi imbattibili
rispetto ai Paesi europei. Il tema, come già detto,
non si può affrontare con difese effettuate da un
solo Paese come il nostro, ma va discusso nel quadro
dell'Unione europea. Con l'urgenza e insieme con la
ponderatezza che richiede. Luciano Gallino, in un
articolo uscito venerdì sulle nostre pagine, vede
una possibile soluzione nel favorire in vari modi il
salario e i diritti sindacali dei lavoratori cinesi.
Non c'è dubbio che in prospettiva sia questa la
strada, ma pensare che sia a portata di mano mi
sembra del tutto illusorio.
Nell'immediato occorre aprire una trattativa con la
Cina e non può che essere l'Unione europea a farlo,
usando per quanto possibile bastone e carota verso
una potenza emergente che ha ancora bisogno di
tecnologia e di capitali. Più europeismo e più
concentrazione dei mezzi disponibili sull'obiettivo
centrale dell'economia italiana. E una solida
alleanza tra produttori. Quest'ultima è una nostra
antica ipotesi, spesso sfiorata ma mai completamente
attuata. Forse è arrivata l'ora di riproporla con la
forza della necessità. Stavo per dire della
disperazione.
La
Repubblica, 13 Marzo 2005 |