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Il declino economico e culturale dell'Italia

Il problema della scuola in Italia non è il problema di un settore tra i tanti della vita del Paese. Riteniamo piuttosto che esso sia il settore fondante per lo sviluppo di tutte le altre attività, quelle culturali, quelle sociali e sanitarie, quelle politiche e quelle economiche. Siamo certi che il declino inarrestabile dell'Italia, che pur si presenta sotto varie forme, sia tuttavia riconducibile ad una causa primaria che molti si ostinano ad ignorare. Siamo convinti che un Paese possa svilupparsi quando si sviluppa l'intelligenza dei suoi cittadini e che l'intelligenza sia un patrimonio che va custodito e promosso con iniziative adeguate.
Se tutti si rendono conto che l'aspetto più eclatante dell'attuale crisi italiana, il declino della competitività sui mercati, il crollo dell'economia, dipende da un mancato investimento nell'innovazione e nella ricerca, non a tutti è chiaro che non può esserci ricerca né innovazione se prima non ci sono massicci investimenti nell'istruzione di base, nello sviluppo delle competenze e capacità cognitive, nella crescita della cultura, nell'incentivazione dell'intelligenza e della creatività. In altre parole, il disastro dell'Italia di oggi è in gran parte il frutto del baratro in cui si è voluta far cadere la scuola italiana.
Nell'articolo che segue, la diagnosi di Eugenio Scalfari ci pare del tutto condivisibile. Tuttavia abbiamo la pretesa di completare la sua analisi con un
documento in cui alcuni spunti del suo intervento trovano una più ampia trattazione che mira ad individuare i nodi cruciali della crisi e ad indicarne le possibili soluzioni in una prospettiva di medio-lungo termine.

"In viaggio sul treno più lento del mondo"
di Eugenio Scalfari

Il Governo ha varato i due provvedimenti (un decreto e un disegno di legge) sulla competitività che dovrebbero porre qualche rimedio al crollo vero e proprio dell'economia italiana nei confronti del resto del mondo.

L'importo destinato a finanziare queste misure ammonta complessivamente a un miliardo di euro all'anno per quattro anni, ma di questa cifra solo la metà è destinata ad accrescere la competitività del sistema. Il giudizio sinteticamente più aderente l'ha dato ieri Guglielmo Epifani, segretario della Cgil: "Un topolino che va nella direzione sbagliata". Non si poteva dir meglio.

Il declino sia nell'industria che nei servizi era cominciato da almeno dieci anni, ma è dal 2002 che la caduta è diventata verticale. Non soltanto nei confronti delle emergenti economie asiatiche e di quella americana, ma perfino all'interno dell'area europea e tra i dodici paesi legati tra loro dalla moneta unica, quelli cioè verso i quali si dirige il flusso più importante del nostro commercio internazionale.
Siamo scesi al quarantacinquesimo posto nella classifica mondiale della competitività e continuiamo un anno dopo l'altro a perdere terreno senza che finora i governi succedutesi a partire dai primi anni Novanta abbiano affrontato il problema in termini seri e responsabili.

Quello al potere dal 2001, durante il quale come si è detto il declino competitivo è diventato un crollo, ha addirittura imboccato una strada opposta a quella necessaria per ridar fiato alla nostra languente capacità di competere: ha preferito mortificare la domanda interna di consumi e di investimenti per concentrare le poche risorse disponibili nella riduzione della fiscalità sui redditi medio-alti. E questo finora è stato tutto.


L'effetto benefico atteso da quella riduzione non si è avuto e non si avrà; ciò nonostante il governo persiste nella promessa di nuovi sgravi sul reddito, da effettuarsi pochi mesi prima delle elezioni del 2006, per 12 miliardi di euro secondo gli annunci lanciati nei giorni scorsi da Berlusconi.

Il ministro del Tesoro, Domenico Siniscalco, dal canto suo si è limitato a fornire il contributo di una silente e rassegnata acquiescenza alle panzane che fischiano intorno a lui, accucciato da oltre un anno sulle ginocchia del "premier" (se posso usare un'immagine non necessariamente maschilista che il collega Travaglio ha introdotto nel dibattito pubblico).

Questa è dunque la situazione a metà marzo del 2005: stasi dei consumi e degli investimenti interni, calo delle esportazioni complessive, abbattimento dell'avanzo primario di bilancio di tre punti e mezzo su cinque, crescita del Pil dell'1,2 per cento, rapporto deficit/Pil al 3 con previsioni di sfondare la soglia di stabilità fino al 4,5 nel 2005. Infine, ciliegia finale sulla torta di questo disastro al quale il redivivo Tremonti ha dato ampia mano, un crollo della competitività a 360 gradi, verso l'Asia emergente, verso gli Usa, verso i Paesi dell'Unione europea e perfino, tra questi, verso Germania, Francia, Spagna, principali partners del nostro commercio internazionale.

Per arginare "in extremis" questa valanga di pessime notizie, in un anno che ha visto una manovra finanziaria di ben 33 miliardi di euro (66 mila miliardi di vecchie lire), ora il governo si accinge a destinare al rilancio della competitività un miliardo nei prossimi quattro anni. Spicciolame, che non arginerà un bel niente nel momento in cui le merci cinesi invadono i settori tradizionali della piccola e media industria italiana, che ha rappresentato fino a pochi mesi fa il nerbo dell'elettorato del centrodestra. La parte meno consapevole di quell'elettorato cerca la protezione dietro i dazi anti-cinesi invocata dalla Lega senza rendersi conto che nel mercato globale il dazio è uno strumento spuntato, specie se adottato da un singolo Paese contro qualche cosa che somiglia al resto del mondo.

Per accrescere la competitività bisogna realizzare obiettivi precisi e chiari. Quelli e non altri, se si vuole risolvere il problema; altrimenti gli si gira intorno ma il problema resta lì e anzi si aggrava, come è avvenuto dal convegno di Parma della Confindustria fino ad oggi.
Gli obiettivi sono i seguenti. 1. Aumentare la produttività dell'ora lavorata. 2. Diminuire il costo dell'ora lavorata. 3. Diminuire il costo del lavoro. 4. Diminuire la fiscalità sul lavoro e sulle imprese. 5. Creare un vero sistema di ricerca applicata e un vero sistema di formazione e qualificazione: due "offerte" che debbono vedere coinvolti le imprese, i sindacati, la scuola, l'Università, senza di che sia la ricerca che la formazione risulteranno parole inutili e inutilmente ripetute senza produrre alcun risultato. 6. Far crescere la dimensione delle aziende. Se ne parla da dieci anni, ma il risultato è stato che in questo periodo la dimensione delle aziende, il loro fatturato e il numero unitario degli addetti non solo non è aumentato ma è addirittura diminuito. 7. Innovazione non solo nei processi di produzione ma nella natura dei prodotti da offrire sul mercato. 8. Creazione di punti di eccellenza e di "campioni" di dimensioni almeno europee. 9. Liberalizzazione dei mercati e in particolare delle utilities e degli ordini professionali. Alcuni di questi obiettivi sono sulla carta realizzabili senza spese ma incontreranno forti resistenze corporative.

Se il provvedimento del governo riuscirà a superarle sarà una buona cosa, meritevole di essere appoggiata anche dall'opposizione. Ma è chiaro che l'insieme degli strumenti necessari per rilanciare la competitività del sistema Italia comporta mezzi imponenti da graduare entro un tempo che non può essere troppo diluito se si vuole finalmente produrre quella famosa scossa della quale il governo parla da quattro anni a vanvera. Non c'è stata alcuna scossa e neppure qualche tenue brivido, ma soltanto un presentimento di rigor mortis nell'economia italiana tra il 2001 e il 2004. Ed è dunque su questa situazione che bisogna infine confrontarsi.

C'è una questione che l'opposizione non ha ancora messo sul tavolo con la dovuta chiarezza e assertività, a parte alcune dichiarazioni di Fassino, D'Alema e Vincenzo Visco sparse qua e là in qualche intervento.
La questione non è soltanto quella della sostenibilità della riduzione delle aliquote nell'imposta sui redditi, e neppure quella della sua inefficacia ai fini del rilancio della domanda interna, né infine quella dell'equità sociale.

La vera questione sta nella destinazione delle risorse, che sono poche e vanno dunque concentrate e mirate ad un fine preminente su tutti gli altri.
Se il fine consiste nel rilancio della competitività, ogni centesimo di euro distratto da questo obiettivo reca danno e non beneficio all'economia del Paese. Questo è e deve essere il punto di battaglia. Se è chiaro, allora il programma del centrosinistra è già fatto almeno per tre quarti per quanto riguarda l'economia.

Venendo ad alcuni dei provvedimenti che possono da subito migliorare la situazione, il primo mi sembra quello di detassare interamente le imposte che gravano sul lavoro, cominciando dall'abolizione totale dell'Irap, seguita dall'altro provvedimento di ancor maggiore efficacia, che consiste nel passare alla fiscalità generale la contribuzione previdenziale e sanitaria che attualmente grava sulle imprese e sui lavoratori. Si tratta di oneri ingenti, il famoso cuneo contributivo che produce quasi il raddoppio del costo del lavoro creando una differenza insostenibile tra il salario netto che entra in busta paga e l'onere complessivo pagato dalle aziende.

L'efficacia di questi due provvedimenti sull'intera economia sarebbe notevolissima poiché consentirebbe un aumento del salario netto dei lavoratori (da parametrare sugli aumenti della produttività oraria) e un alleggerimento notevole del costo del lavoro per ogni occupato a beneficio delle imprese. Ne deriverebbe un incremento dei profitti e quindi dell'alto finanziamento degli investimenti, che ne riceverebbero una spinta poderosa.

Questa sì, configurerebbe quella scossa salvifica, capace di rilanciare consumi, investimenti, occupazione, accrescendo nel contempo la competitività dell'intero sistema. Di conseguenza ne avrebbe beneficio anche il fisco, come accade tutte le volte che si adottano politiche espansive su obiettivi mirati riguardanti masse ingenti di consumatori e di contribuenti, rilanciando nel contempo il reddito dei lavoratori e i profitti delle aziende.

Resta il tema più immediato di contenere l'invasione dei prodotti "cinesi", che hanno costi imbattibili rispetto ai Paesi europei. Il tema, come già detto, non si può affrontare con difese effettuate da un solo Paese come il nostro, ma va discusso nel quadro dell'Unione europea. Con l'urgenza e insieme con la ponderatezza che richiede. Luciano Gallino, in un articolo uscito venerdì sulle nostre pagine, vede una possibile soluzione nel favorire in vari modi il salario e i diritti sindacali dei lavoratori cinesi. Non c'è dubbio che in prospettiva sia questa la strada, ma pensare che sia a portata di mano mi sembra del tutto illusorio.

Nell'immediato occorre aprire una trattativa con la Cina e non può che essere l'Unione europea a farlo, usando per quanto possibile bastone e carota verso una potenza emergente che ha ancora bisogno di tecnologia e di capitali. Più europeismo e più concentrazione dei mezzi disponibili sull'obiettivo centrale dell'economia italiana. E una solida alleanza tra produttori. Quest'ultima è una nostra antica ipotesi, spesso sfiorata ma mai completamente attuata. Forse è arrivata l'ora di riproporla con la forza della necessità. Stavo per dire della disperazione.

La Repubblica, 13 Marzo 2005


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