Scuola Democratica

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Sgarbi, ovvero l'inconscio di Berlusconi

Il Sottosegretario ai Beni Culturali Vittorio Sgarbi su La Repubblica dell'11 Febbraio 2002 interviene sulla contro-riforma della scuola delineata dal Ministro Moratti. L'articolo, che riportiamo integralmente, è molto istruttivo soprattutto perché in sintesi sostiene che l'istruzione non serve a nulla. Sviluppando a fondo le conseguenze del suo ragionamento si può facilmente concludere che la scuola non sarebbe da riformare quanto piuttosto da abolire.
Così "ragionando", il Sottosegretario porta involontariamente, ma molto chiaramente, alla luce il reale disegno dell'attuale governo Berlusconi che, dietro il progetto di pseudo-riforma, cela, neppur troppo bene, l'intento di iniziare a smantellare completamente il sistema scolastico nazionale, pubblico, laico e pluralista.
Per quali fini? Chi non lo ha già capito? A un governo guidato da un inelleggibile (ai sensi della legge n. 361 del 30 marzo 1957), imputato in vari processi, che progetta una società fortemente classista, servono sudditi imbambolati dalla cultura del consenso televisivo, esecutori di direttive, robot ben programmati e convinti di essere tutti più liberi e felici.
Ciò che tale governo teme è una cittadinanza consapevole e critica, istruita e soprattutto abituata a pensare con la propria testa. Lo illustra con grande incisività Umberto Galimberti, rispondendo a due lettere di lettori, sull'inserto D de
La Repubblica del 12 febbraio 2002. Alleghiamo parte delle sue riflessioni, affiancandole alle "inconsce dichiarazioni programmatiche" di Sgarbi, rispetto alle quali costituiscono un'indiretta ma tempestiva ed efficace replica.

Fidenza, 14 febbraio 2002

Brava Moratti - Studiare fa male
di Vittorio Sgarbi


Alle comprensibili preoccupazioni di Cesare De Seta, che mi chiama in causa per lamentare l'incredibile e intollerabile assenza di qualunque riferimento alla storia dell'arte nella riforma della scuola proposta dal Ministro Moratti, vorrei opporre qualche osservazioni consolatoria. De Seta è un uomo troppo fine per compiacersi della doppia retorica della critica al Ministro e dello stupore per l'imbarazzante silenzio dei queruli critici. Egli mostra di indignarsi anche per non aver udito nessuna voce di «dissenso o di imbarazzo». Pensa così di interpretarli, il dissenso e l'imbarazzo, rivolgendosi al ministro Urbani per chiedergli se non crede (come non può non credere), «che per tutelare il nostro patrimonio d'arte sia indispensabile educare non i giovani, ma i bimbi al fine di conoscere e amare le meraviglie che sono intorno», e a me, addirittura, di «strattonare» la Moratti con l'energia che, bontà sua, mi riconosce.
Dovrò deluderlo. Io ringrazio il ministro Moratti non per avere escluso storia dell'arte dall'insegnamento scolastico, ma per averla dimenticata. Il suo è un merito inconsapevole e passivo. Mi spiego: i valori dell´arte e della bellezza devono coincidere con la più lussuosa delle libertà: la libertà del piacere. Molti di noi, che amano la pittura, la scultura, l'architettura, sono piuttosto distratti dalla fisica, dalla botanica, perfino dalla matematica; quando non assolutamente ignoranti. Eppure non ne sentono la dolorosa mancanza. Mai sentito un botanico reclamare la responsabilità dello Stato e l'ignoranza degli italiani in materia di piante e di fiori. In compenso sono tanti i cultori della poesia, non certo per averla studiata a scuola. Gli amanti dell'arte, in età adulta, disertano le discoteche, per frequentare le pinacoteche. Il vero stimolo e la piena soddisfazione sono perché nessuno li costringe. E mentre le gite scolastiche servono a non vedere i musei, i viaggi e le visite alle mostre sono motivo di straordinario piacere e divertimento.
Perché faccio queste considerazioni? Perché non mi risulta che l'obbligo dei classici greci, latini e italiani nelle scuole abbia favorito l'amore per la letteratura. Le penose trasmissioni sui libri, in televisione, cercano di rendere gradevole la lettura (che è un puro piacere) coniugandola con i quiz. Volgare espediente. Ha in realtà ragione Perec quando scrive che alcuni verbi, pur non essendo grammaticamente irregolari, non consentono l'imperativo. Amare. Sognare. E anche leggere. Come dire a qualcuno: «Ama!», «Sogna!»? Nulla di peggio per la poesia che essere «materia scolastica obbligatoria», argomento di interrogazione (verifica non molto diversa dai quiz). Il risultato è che nessuno, se non per ragioni professionali, dopo la scuola dell'obbligo legge Petrarca, Ariosto Tasso, Parini, Manzoni, Alfieri; neppure Boccaccio. E vedi che fine ha fatto la «Cavallina Storna»!
Sarà la difficoltà della lingua letteraria. Ma sarà, forse, soprattutto l'essere stati costretti a leggere senza una curiosità o uno stimolo individuale. Così si è ucciso Manzoni di cui nessuno credo abbia comprato i «Promessi Sposi» se non come «libro di testo»: ovvero l'opposto di libro. Temo che il residuo e improvviso, imprevedibile, amore per Michelangelo, Giotto, Pontormo, Caravaggio, per non parlare di Modigliani, Klimt, Schiele, finirebbe con lo svanire se invece di cercare le opere di questi autori sui cataloghi e nelle mostre dovessimo soffrirli come la matematica, la fisica, la geografia, la letteratura latina. Nessuno è pratico di geografia per averla studiata a scuola. Allora, mentre capisco i tormenti di De Seta, gli dico: ringraziamo la Moratti che, senza volerlo, ha lasciato in libertà i nostri amatissimi artisti. Non li ha resi prigionieri della scuola.
Io, al Liceo, non provato il minimo interesse per la storia dell'arte. Mi sembrava insopportabile. All'Università l'ho scelta appassionatamente, seguendo le lezioni di Francesco Arcangeli, la sua capacità di seduzione. Cosa direbbe De Seta, sapendo che l'arte è (per un tempo che supera la nostra vita) come la bellezza (troppo più breve) di una donna, se lo volessero costringere a fare l'amore? Ecco: l'unico rapporto possibile con l'arte è un rapporto amoroso. E sempre dopo l'orario delle lezioni. Per libera scelta. Non può essere imposto: deve essere desiderato, ricercato, conquistato, fuori della scuola. Si può vivere anche senza conoscere Simone Martini. O De Seta è convinto che lo studio degli scrittori, a scuola, abbia migliorato l'uso ordinario della lingua italiana? Non sente come parlano gli italiani che hanno frequentato, per lunghi anni, la scuola dell'obbligo (inquietante formula)? Anche i suoi amati Francesco De Sanctis e Benedetto Croce, grandissimi letterati, rivelano la forza delle passioni e del capriccio proprio nel loro poco o nullo amore per le arti figurative. Così va il mondo.

La Repubblica, Lunedì 11 Febbraio 2002,
pag. 28, sezione cultura

"risponde" Umberto Galimberti

 

... il problema è la società che questo centro-destra vuol costruire: una società di imbecilli ben addestrati alle loro funzioni lavorative. In questo contesto il problema non è più il buono o il cattivo insegnamento, la buona o la cattiva educazione, ma l'abolizione dell'insegnamento come formazione a favore dell'insegnamento come addestramento professionale. E siccome la scuola pubblica ha una cultura che ha in vista non l'addestramento ma la formazione, sarà necessario farla gradatamente languire a favore di quella privata che, più libera di muoversi, si attrezzerà ad addestrare.
Tra pochi anni avremo giovani che finalmente non saranno più in grado di "pensare", come è nell'interesse di ogni potere di destra che limita il concetto di "uomo" a quello di "prestante-funzione", in vista di una società passiva più facile da governare e impiegare per i propri interessi. Di fronte a questo tipo di società che si vuole costruire, e che ha il suo modello nella società americana, anche se poi questa si trova sempre nella necessità di importare cervelli e oggi anche professori, la scuola italiana deve compiere un"'operazione-contro", che non vuol dire occupazione delle scuole o manifestazioni in piazza, ma potenziamento dei fattore "formativo" ed esplicito rifiuto di quello "addestrativo".
Nell'età della tecnica, infatti, dove tutti i lavori e le funzioni sono parcellizzati, una mansione professionale la si impara in sei mesi, e se uno non ha la testa, addirittura in tre. Ma guai a "pensare", guai a chiedersi un senso dei proprio "fare", guai a ipotizzare un mondo diverso da quello esistente, guai a curiosare fuori dal recinto delle notizie fornite da giornali e tv, guai quindi a una scuola seria.
...

La Repubblica, inserto D, Martedì 12 Febbraio 2002, pag. 202


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