Scuola Democratica

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Un appello per il dopo 9 aprile

Recentemente, a breve distanza l'uno dall'altro, due incisivi editorialisti e commentatori della scena politica italiana hanno manifestato i loro auspici prioritari rispetto al futuro dell'Italia dopo le elezioni del 9 aprile 2006.

Michele Serra nel suo corsivo "L'amaca" su La Repubblica del 23 marzo 2006 (pag. 22), con il suo stile pungente ed efficace, scrive:

«Poiché ci sono quarantenni che vivono ancora con papà e mamma, per metà coccolati per metà castrati. Poiché questo avviene perché la famiglia è diventata il rifugio coatto di individui altrimenti privi di sbocchi e speranze. Io voterei molto volentieri per quella parte politica che la smettesse, una buona volta, di riempirsi la bocca di “famiglia “ e di “valori della famiglia” e si preoccupasse, piuttosto (anche per salvare la povera famiglia italiana dal suo ruolo asfissiante, iperprotettivo, malato) di dare una montagna di quattrini alla scuola pubblica e all'università, costruendo pensionati studenteschi, combattendo il precariato, finanziando e stimolando con ogni mezzo la salvifica fuga da casa dei giovani italiani. La speranza di futuro di un Paese è direttamente proporzionale alla distanza che separa genitori e figli almeno durante gli anni della formazione di  questi ultimi. Una politica intelligente, generosa e lungimirante dovrebbe finanziare individui, non le famiglie, incentivare le solitudini e gli azzardi, non gli accrocchi obbligati di persone spaventate dalla vita. Io non sono familista. Io sono statalista: uno Stato libero e forte crea scuole pubbliche forti, università forti, forti leggi che incentivano e proteggono il primo impiego. E aiuta i giovani ad accorciare i tempi della propria libertà. E magari: a farsi prima una famiglia.» (Michele Serra).

Dal canto suo, Curzio Maltese, nella sua rubrica "Contromano" sul Venerdì de La Repubblica il 24 marzo 2006 (pag. 17), annota:

«La televisione non è la peste ma neppure un placebo. Non vi è nulla che abbia più influito sulla società italiana degli ultimi vent'anni dell'affermarsi di un unico modello di televisione, arretrato e volgare. Nulla che abbia più contribuito al declino della nazione, declino culturale, civile, economico. La tv è stata una fabbrica di servi contenti, cattivi sentimenti, informazione spazzatura, fiction reazionaria e autarchica, revisionismo fascistoide. Eppure, basta un uso democratico e civile della televisione per aprire nuove prospettive. Spero che un centrosinistra vittorioso il 9 aprile trovi il coraggio e l'intelligenza di mettere mano al sistema televisivo nazionale, nel senso di liberalizzarlo, come hanno fatto tutti i grandi riformismi europei. Costa molto meno dell'ennesima riforma scolastica ed è più urgente e decisivo.» (Curzio Maltese).

"Una montagna di quattrini alla scuola pubblica" invoca Serra.

"[...] mettere mano al sistema televisivo [...] Costa molto meno dell'ennesima riforma scolastica ed è più urgente e decisivo" sembra controbattere Maltese.

Noi crediamo, invece, che si tratti di due priorità non solo compatibili quanto piuttosto strettamente collegate e che non sia affatto un caso se un prolungato doppio vuoto legislativo pluridecennale ha consentito in Italia l’instaurarsi di un sistema di circolazione delle informazioni e delle idee egemonizzato dalla TV, esautorando progressivamente la scuola delle sue funzioni formative. Gli stessi governi che, attraverso la deregulation dell’emittenza, hanno consentito il sorgere di oligopoli che controllano la comunicazione televisiva e il mercato pubblicitario, non hanno mai affrontato realmente la questione, urgentissima già trent’anni fa, di una riforma strutturale dell’istruzione superiore, creando le condizioni per il depauperamento di un sistema scolastico svuotato delle sue finalità educative, privatizzato e rimodellato sulle esigenze degli oligopoli finanziari.

è certamente possibile leggere in parallelo i destini della scuola e della televisione negli ultimi decenni di crescente potere mediatico dell'attuale leader del centro-destra.

Da un lato, le vicende di un'abnorme crescita della comunicazione televisiva che, in assenza di regole, di limiti e di sistemi di controllo democratici, sì è imposta come fonte prevalente dei modelli comportamentali e sociali, neutralizzando la scuola e gli altri canali della comunicazione, con lo scopo di uniformare ed omologare la società civile al conformismo imperante dei modelli televisivi dominanti (non a caso sempre più proposti come la "vera realtà" cui adeguarsi), che possono condurre all’annullamento di ogni interiorità e autenticità individuali, in nome del mito dell’adattamento sociale (che altro non può significare se non rinuncia ad essere se stessi), e dunque allo spegnimento di ogni forma di pensiero critico, di intelligenza e di creatività.

Dall'altro, il chiaro intento finalmente attuato dalla "riforma Moratti", di una scuola che serve a costruire "una società di imbecilli ben addestrati alle loro funzioni lavorative", come scriveva Umberto Galimberti sull'inserto Donna de La Repubblica già nel 2002 (12 febbraio, pag. 202), quando era ormai chiarissimo il disegno del governo di centro-destra di trasformare radicalmente il sistema scolastico pubblico italiano, limitandone fortemente le funzioni di formazione del pensiero critico dei cittadini.

E infatti così continuava l'autorevole psicoanalista e filosofo: «In questo contesto il problema non è più il buono o il cattivo insegnamento, la buona o la cattiva educazione, ma l'abolizione dell'insegnamento come formazione a favore dell'insegnamento come addestramento professionale. E siccome la scuola pubblica ha una cultura che ha in vista non l'addestramento ma la formazione, sarà necessario farla gradatamente languire a favore di quella privata che, più libera di muoversi, si attrezzerà ad addestrare. Tra pochi anni avremo giovani che finalmente non saranno più in grado di "pensare", come è nell'interesse di ogni potere di destra che limita il concetto di "uomo" a quello di "prestante-funzione", in vista di una società passiva più facile da governare e impiegare per i propri interessi» (U. Galimberti).

Perciò riteniamo che il futuro governo, che auspichiamo sia quello dell'Unione di centro-sinistra, dovrebbe farsi urgentemente carico di questo doppio intervento legislativo che restituisca equilibrio ai diversi sistemi della comunicazione, della cultura, dell'educazione e della formazione, il cui intreccio e reciproco supporto dovrebbe essere quanto più possibile ispirato ai principi della democrazia, dell'interesse pubblico, della laicità e del pluralismo. Non si tratta, dunque, di demonizzare alcunché riguardo alla Tv (ha ragione Maltese), quanto piuttosto di offrire a tutti la possibilità di acquisire strumenti critici, di allargare gli orizzonti, di liberarsi dall’esclusività e dall’uniformità dì certe proposte "formative", attraverso un’offerta diversificata di occasioni di crescita e maturazione (in questo senso la libertà è una conquista, non un presunto dato di fatto).

Investire nell'istruzione e nella formazione pubblica, laica e pluralista è anche l'unico mezzo che possa realizzare gli obiettivi fondamentali funzionali al rilancio della crescita complessiva dell'Italia. Investire nell'istruzione e nella formazione significa investire sull'intelligenza, sulla capacità critica, sulle competenze creative e innovative dei futuri cittadini del nostro Paese. Non può esserci cultura e creatività senza istruzione e formazione, primaria e secondaria, di alto livello qualitativo. Non può esserci innovazione e ricerca, che oggi tutti invocano come rimedio alla crisi italiana, senza quella cultura critica e creativa che può svilupparsi soltanto da un sistema scolastico e formativo che disponga di grandi risorse finanziarie, professionali ed umane.

Ecco, dunque il senso del nostro appello, rivolto a chi governerà dopo il 9 aprile: non dimenticatevi di costruire "uno Stato libero e forte" che crei "scuole pubbliche forti, università forti" e, contemporaneamente, non dimenticatevi di stabilire regole di democrazia e pluralismo autentici nell'ambito del cosiddetto Sistema integrato delle comunicazioni, creato artificiosamente dalla "legge Gasparri".

La nuova classe dirigente deve agire in fretta se vuole ricondurre l’Italia nel novero dei paesi civili e democratici: investire nella scuola ingenti risorse finanziarie; valorizzare le risorse umane e professionali che già esistono, riconoscendole con adeguate retribuzioni e opportuni incentivi; potenziare e diversificare le offerte formative, trasformando tutti gli istituti scolastici in luoghi accoglienti e in centri di crescita umana, personale e sociale. Questa è la via dell’educazione permanente e policentrica che l’UNESCO fin dal 1972 ha indicato come compito primario ai paesi civili, l’unica che può garantirci lo sviluppo culturale ed economico, la vera libertà dai condizionamenti e dalle oppressioni di qualsiasi genere.
Non ci sono vie di mezzo: l’alternativa è il sottosviluppo, il degrado, l’umiliante impoverimento culturale che l’omologazione pantelevisiva oggi più che mai rappresenta.

Fidenza, 27 marzo 2006

Scuola democratica

P.S. Per un approfondimento delle diverse questioni qui affrontate rimandiamo ai nostri documenti "Investire sull'intelligenza" e "Professionalità docente e paradossi della contrattazione nazionale", nonché all'articolo "Scuola e televisione". Nonostante alcuni aspetti legati alle contingenze storiche del periodo della loro elaborazione, ci pare conservino indicazioni molto attuali, anche sul piano operativo.


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