Scuola Democratica

I documenti


Investire sull'intelligenza

1. L'ERA BERLUSCONIANA

Abbiamo sostenuto fin dall'inizio della nostra attività che nella scuola pubblica italiana è necessario investire massicce risorse finanziarie.
Lo abbiamo scritto più di dieci anni fa, quando sarebbe stato ancora possibile intervenire per ridare all'Italia quella spinta innovativa la cui mancanza ora tutti denunciano come il vero male del nostro Paese.
Iniziava proprio allora l'era berlusconiana che, se da un lato era la logica conseguenza dell'era craxiana, dall'altro innescava un processo di degrado economico e culturale dell'Italia, che solo ora giunge a pieno compimento, nonostante la parentesi (o forse dovremmo dire anche a causa della parentesi), che per diversi motivi è stata infelice e deleteria, del governo di centro-sinistra.
Mentre alcuni altri Paesi in Europa e nel mondo avviavano processi di innovazione, attraverso investimenti sull'istruzione, la cultura e la ricerca, il berlusconismo (malattia purtroppo non esclusiva del leader politico da cui prende il nome) ha cominciato lentamente ma inesorabilmente a corrodere i pilastri dell'autentica democrazia e dello sviluppo, avviando il Paese verso la china della tirannide mascherata (
nota 1), dell'annullamento progressivo dello Stato di diritto, dell'istupidimento programmato della pubblica opinione e dell'impoverimento sistematico di larga parte della cittadinanza. Queste due ultime parti del "programma" di governo, in particolare, sono strettamente connesse in un perverso circolo vizioso, in cui il declino culturale alimenta e sostiene il crollo economico (nota 2). L'impoverimento generale è stato, infatti, possibile grazie anche alla sfacciataggine della nuova mitologia dell'arricchimento generale, che risulta di tanto più facile presa  quanto più l'arricchimento effettivo dei ceti maggiormente abbienti appare come un modello sempre più forte nell'immaginario collettivo, indotto dal sistema dei mass media, a loro volta affetti dal berlusconismo galoppante: il sogno si è sostituito alla realtà e la vita virtuale dei VIP televisivi realizza simbolicamente il desiderio di successo e soldi della gente comune che nel frattempo fatica ad acquistare il necessario per vivere (ciò vale almeno per quella buona metà della popolazione che non legge libri né quotidiani e si nutre esclusivamente di televisione).

2. IL CROLLO ECONOMICO

Condividiamo pienamente la diagnosi formulata in un articolo di Eugenio Scalfari che pubblichiamo in altra parte del sito. Crediamo che vi siano individuati correttamente tutti i parametri temporali, politici ed economici del tracollo italiano: "Il declino sia nell'industria che nei servizi era cominciato da almeno dieci anni, ma è dal 2002 che la caduta è diventata verticale. Non soltanto nei confronti delle emergenti economie asiatiche e di quella americana, ma perfino all'interno dell'area europea e tra i dodici paesi legati tra loro dalla moneta unica, quelli cioè verso i quali si dirige il flusso più importante del nostro commercio internazionale. Siamo scesi al quarantacinquesimo posto nella classifica mondiale della competitività e continuiamo un anno dopo l'altro a perdere terreno senza che finora i governi succedutesi a partire dai primi anni Novanta abbiano affrontato il problema in termini seri e responsabili. Quello al potere dal 2001, durante il quale come si è detto il declino competitivo è diventato un crollo, ha addirittura imboccato una strada opposta a quella necessaria per ridar fiato alla nostra languente capacità di competere: ha preferito mortificare la domanda interna di consumi e di investimenti per concentrare le poche risorse disponibili nella riduzione della fiscalità sui redditi medio-alti. E questo finora è stato tutto".
E lo stesso Scalfari riassume efficacemente l'attuale gravissimo quadro della realtà italiana: "Questa è dunque la situazione a metà marzo del 2005: stasi dei consumi e degli investimenti interni, calo delle esportazioni complessive, abbattimento dell'avanzo primario di bilancio di tre punti e mezzo su cinque, crescita del Pil dell'1,2 per cento, rapporto deficit/Pil al 3 con previsioni di sfondare la soglia di stabilità fino al 4,5 nel 2005. Infine, ciliegia finale sulla torta di questo disastro al quale il redivivo Tremonti ha dato ampia mano, un crollo della competitività a 360 gradi, verso l'Asia emergente, verso gli Usa, verso i Paesi dell'Unione europea e perfino, tra questi, verso Germania, Francia, Spagna, principali partners del nostro commercio internazionale".
Tuttavia, l'analisi di Scalfari, per ragioni editoriali contingenti che privilegiano le questioni di breve-medio periodo, lascia sullo sfondo quel complesso intreccio di cause, che peraltro egli stesso e altri autorevoli commentatori hanno più volte individuato, da cui tale situazione si è generata.
Vorremmo però guardare anche alle prospettive di medio-lungo periodo e alle strategie di fondo da predisporre per ripartire. Innanzitutto, fornendo il nostro contributo nel portare in piena luce almeno una parte, che noi riteniamo comunque fondamentale, di quell'intreccio di condizioni negative che hanno condotto a tale situazione, ricostruendo tutti quei nessi che, temiamo, a volte sfuggono non solo agli analisti, ma soprattutto vengono facilmente persi di vista da chi, come gli esponenti delle forze dell'opposizione politica, dovrebbe preoccuparsi di progettare un'efficace strategia di rinascita del nostro sistema civile, sociale, culturale ed economico, prima che sia troppo tardi.

3. ECONOMIA, CULTURA, FORMAZIONE

Non c'è dubbio, e non è certo soltanto una nostra teoria, che la crisi italiana dipenda in larga misura dai mancati investimenti nella ricerca e nell'innovazione. E non è raro il caso in cui si possono sentire o leggere da parte di opinionisti, leader politici, industriali, sindacalisti, operatori di varie categorie professionali, invocazioni a sostenere la ricerca, a valorizzare i saperi a tutti i livelli, a restituire spazio e risorse alla cultura e alla formazione. Si può persino dire che su questo tema le parole si sprecano ma, come avverte lo stesso Scalfari, talvolta esse appaiono "parole inutili e inutilmente ripetute senza produrre alcun risultato", dal momento che non si pone mano agli interventi necessari per modificare lo stato di fatto.
A dire il vero, non siamo neppure del tutto certi del fatto che sia chiaro a tutti questi personaggi che abbiamo elencato quali dovrebbero essere i provvedimenti idonei per trasformare le parole in fatti ed invertire la tendenza degli ultimi dieci anni. Non siamo affatto sicuri che ci sia la visione chiara dei problemi e, soprattutto, delle soluzioni da attivare per ricostituire quel circolo virtuoso tra cultura e sviluppo cui il berlusconismo pantelevisivo ha inferto un colpo durissimo.
La nostra tesi è la seguente: solo investendo nell'istruzione e nella formazione pubblica, laica e pluralista si possono realizzare gli obiettivi fondamentali in vista del rilancio della crescita complessiva dell'Italia. Investire nell'istruzione e nella formazione significa investire sull'intelligenza, sulla capacità critica, sulle competenze creative e innovative dei futuri cittadini del nostro Paese. Non può esserci cultura e creatività senza istruzione e formazione, primaria e secondaria, di alto livello qualitativo. Non può esserci innovazione e ricerca senza quella cultura critica e creativa che può svilupparsi soltanto da un sistema scolastico e formativo che disponga di grandi risorse finanziarie, professionali ed umane.
Questo è il nocciolo della questione. Ma non è ancora tutto. Abbiamo l'impressione che non siano chiari i meccanismi su cui agire per mettere in moto questo gigantesco processo di cambiamento, l'unico che può porre le basi per costruire, in un periodo medio-lungo, quei requisiti che oggi tutti ritengono terribilmente carenti di fronte alle grandi sfide dello sviluppo: la cultura, l'innovazione, la ricerca.
Per "creare un vero sistema di ricerca applicata e un vero sistema di formazione e qualificazione: due «offerte» che debbono vedere coinvolti le imprese, i sindacati, la scuola, l'Università" (citiamo ancora Scalfari), è urgente ritornare innanzitutto a destinare una quota più consistente del PIL alla scuola pubblica, riqualificandone e potenziandone l'offerta formativa a tutti i livelli.
Per ottenere questo risultato, l'unico che può rimettere in moto la crescita culturale, civile, sociale, politica ed economica del paese, la conditio sine qua non passa esclusivamente attraverso la valorizzazione della professionalità dei formatori. Sono necessari altri investimenti di varia entità e finalità che abbiamo puntualmente indicati, ma la valorizzazione della professionalità dei formatori è una priorità assoluta ed inderogabile, sulla quale abbiamo insistito fin dall'inizio della nostra attività, indicandone nel dettaglio obiettivi, modalità, mezzi in alcuni  documenti elaborati in quel cruciale volgere di anni (
nota 3), in cui il centro-destra attuava la svolta oligarchica, sostenuta da una facciata propagandistica populistico-mediatica (secondo la felice definizione di Umberto Eco), e il centro-sinistra purtroppo non riusciva a sviluppare un progetto alternativo.
Avevamo confidato allora (pur con qualche riserva -
nota 4) nei valori dell'Ulivo nascente e nella possibilità che la coalizione progressista tenesse fede ai propri proclami, considerando la scuola non solo uno dei settori su cui intervenire, ma soprattutto il fulcro centrale da valorizzare e potenziare per garantire la crescita dello Stato di diritto, della cultura di base, della formazione superiore, della ricerca, e con esse della creatività e della capacità innovativa della popolazione.
Ben presto ci siamo resi conto che si stavano commettendo degli errori gravissimi, cui abbiamo prontamente dato un contributo fortemente critico ma altamente costruttivo per uscire dall'impasse e riprendere la strada giusta (
nota 5). Tutto è stato inutile ed il disegno eversivo del centro-destra, anche a causa di quegli errori, ha proseguito inesorabilmente sulla strada dell'abbattimento dei pilastri della democrazia (nota 6).

4. LA DISTRUZIONE DEL SISTEMA FORMATIVO

In questi ultimi giorni si sta ormai perfezionando nelle sue linee esecutive anche la deleteria "riforma Moratti", il progetto di una scuola che espelle dal diritto all'istruzione, alla formazione culturale e alla coscienza critica una grande quantità di cittadini, soprattutto tra i meno abbienti, destinandoli all'addestramento professionale regionalizzato e funzionale alle aziende, il cui futuro non è peraltro roseo. È una scuola che viola la Costituzione (nel frattempo a sua volta profondamente snaturata -
nota 7), che toglie ulteriori risorse finanziarie per riservarle all'istruzione privata, coerentemente con tutto il resto della politica del governo che, mentre allevia il peso fiscale sui redditi medio alti e penalizza i consumi delle fasce medie e medio-basse della popolazione, specularmente finanzia formazione (e sanità) private, riducendo fortemente il diritto della cittadinanza alla scuola (e alla salute) di tutti. È una scuola che vuole un popolo di servi, incapaci di pensare con la propria testa, imbottiti di miti televisivi, fedeli esecutori delle direttive del "Grande Fratello".
Questa riforma cancellerà oltre trent'anni di cambiamenti, conquiste, ricerche, innovazione didattica, sperimentazione sulla centralità dei processi di apprendimento. Ridurrà di nuovo lo studente, da potenziale protagonista della propria formazione, a terminale passivo di meccanismi di addestramento o di indottrinamento. Umilierà e svilirà definitivamente la figura del docente, ricattandolo con una contrattazione penalizzante, riducendo le retribuzioni e i posti di lavoro.

5. UNA NUOVA OPPORTUNITÀ?

Ci auguriamo che quell'alternativa ora si ripresenti e che la nuova coalizione di centro-sinistra sappia trarre le giuste lezioni dagli errori gravissimi del passato. Scrivevamo allora: "
Adesso non è più tempo di chiacchiere. La nuova classe dirigente deve agire in fretta se vuole ricondurre l’Italia nel novero dei paesi civili e democratici: investire nella scuola ingenti risorse finanziarie; valorizzare le risorse umane e professionali che già esistono, riconoscendole con adeguate retribuzioni e opportuni incentivi; potenziare e diversificare le offerte formative, trasformando tutti gli istituti scolastici in luoghi accoglienti e in centri di crescita umana, personale e sociale. Questa è la via dell’educazione permanente e policentrica che l’UNESCO fin dal 1972 ha indicato come compito primario ai paesi civili, l’unica che può garantirci lo sviluppo culturale ed economico, la vera libertà dai condizionamenti e dalle oppressioni di qualsiasi genere. Non ci sono vie di mezzo: l’alternativa è il sottosviluppo, il degrado, l’umiliante impoverimento culturale che l’omologazione pantelevisiva rappresenta". Eravamo stati facili profeti, purtroppo, nell'additare i pericoli di imbarbarimento e di declino. Crediamo che la nostra esortazione sia più che mai attuale e torniamo a rivolgerla a tutti coloro che credono nella politica come arte del bene pubblico, dell'interesse comune, del progresso culturale, civile ed economico della società.
Riproponiamo alle forze progressiste del paese i nostri suggerimenti, invitandole a prenderli sul serio, a sbarazzarsi finalmente da tutti gli impacci che ne hanno condizionato l'azione durante gli anni del governo di centro-sinistra.
Solo la vittoria dell'Unione alle prossime elezioni regionali e alle politiche del 2006 può porre le basi effettive per il ripresentarsi di quell'alternativa, che non disgiunge due modelli di sviluppo e di formazione, ma contrappone l'unico possibile sviluppo al sottosviluppo, un modello formativo "aperto", capace di produrre pensiero critico e intelligenza, ad un modello alienante, che deprime la libertà e la creatività, che ingenera soltanto meccanismi di autoaffermazione individualistica e brutale competitività.
Ma non basterà la vittoria. Occorrerà intraprendere la strada giusta, mettendo in atto quel complesso di provvedimenti che potrà consentire un'inversione di tendenza. Se mancasse la chiarezza nella determinazione degli obiettivi, nell'utilizzo degli strumenti, nella destinazione prioritaria delle risorse finanziarie e, soprattutto, se la scuola pubblica non sarà immediatamente rilanciata con investimenti sostanziosi, restituendola al suo ruolo di modello formativo pluralista e democratico, l'altro modello, quello incentrato sullo strapotere delle telecomunicazioni oligopolistiche, continuerà anche sotterraneamente a rafforzarsi e a trascinare i cittadini verso un futuro di profonda schiavitù, travestita da libertà effimera (
nota 8).

NOTE

1) La formula "dittatura della maggioranza", su cui si dibatte in questi giorni, è una categoria concettuale elaborata da Alexis Clérel de Tocqueville che l'ha così formulata nel 1840, nel suo saggio La democrazia in America: "Vedo chiaramente nell'eguaglianza due tendenze: una che porta la mente umana verso nuove conquiste e l'altra che la ridurrebbe volentieri a non pensare più. Se in luogo di tutte le varie potenze che impedirono o ritardarono lo slancio della ragione umana, i popoli democratici sostituissero il potere assoluto della maggioranza, il male non avrebbe fatto che cambiare carattere. Gli uomini non avrebbero solo scoperto, cosa invece difficile, un nuovo aspetto della servitù […] Per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte, poco m'importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge [...] Se cerco di immaginare il dispotismo moderno, vedo una folla smisurata di esseri simili ed eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima […] Al di sopra di questa folla, vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente, e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un'infanzia perpetua. Lavora volentieri alla felicità dei cittadini ma vuole esserne l'unico agente, l'unico arbitro. Provvede alla loro sicurezza, ai loro bisogni, facilita i loro piaceri, dirige gli affari, le industrie, regola le successioni, divide le eredità: non toglierebbe forse loro anche la forza di vivere e di pensare?".
All'acutissima e preveggente critica dei possibili mali della democrazia (persino quelli mediatici di oggi!), opera del grande "politologo" francese riconosciamo enormi meriti, anche se qui
preferiamo utilizzare il termine tirannide, recentemente riportato in auge con la consueta arguzia da Paolo Rossi, che ha riletto un altro celebre passo di altrettanto straordinaria attualità (e preveggenza), scritto da Vittorio Alfieri nel 1777: "TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo" (Della Tirannide, libro primo, capitolo secondo).

2) In un articolo del 1995 ("Scuola e televisione"), che ci sembra ancora, nelle sue linee generali, di grande attualità e al quale faremo di nuovo riferimento, ci eravamo già soffermati sulla contrapposizione tra modelli formativi diversi, sullo scontro in atto nella società italiana tra scuola e televisione e sul pericolo di una deriva verso il sottosviluppo.

3) Facciamo riferimento ai seguenti documenti, che consideriamo tuttora imprescindibili per una corretta politica dell'istruzione e della formazione: "Valorizzare il sistema formativo pubblico" e "Professionalità docente e paradossi della contrattazione nazionale". Ma segnaliamo anche la corposa documentazione "bipartisan" che abbiamo raccolto nel Dossier scuola, attirando in particolare l'attenzione sul sintetico ed efficace pezzo di Raffaele Simone (L'Espresso, 2000).

4) Scrivevamo: "Dalla parte opposta sembra si stia delineando, ancora confusamente, uno schieramento unitario, di cui tuttavia fanno parte gruppi politici che sulla questione del sistema formativo continuano a pronunciarsi con formule ambigue, quando non pericolosamente conservatrici o, peggio, francamente reazionarie" ("Scuola e televisione"). Temiamo, purtroppo, che ciò resti in parte un pericolo attuale.

5) Il documento "Professionalità docente e paradossi della contrattazione nazionale", opponendosi con forza ad un progetto del governo di centro-sinistra che, fingendo di valorizzare la professionalità dei docenti, avrebbe prodotto effetti devastanti, forniva un notevole contributo costruttivo, anteponendo alle ragioni della critica quelle dell'elaborazione di un progetto alternativo, e democraticamente condiviso dalla base, su cui costruire la riqualificazione dell'intero sistema formativo. Purtroppo, quella fu una delle più clamorose occasioni perdute dal centro-sinistra per imprimere una vera svolta allo sviluppo del nostro Paese.

6) Molti di quegli errori sono oggi ben noti. Li mette in evidenza anche il corrispondente dall'Italia dell'Economist, David Lane, che nel suo recente saggio L'ombra del potere (Roma, 2005) sottolinea l'inspiegabile mancata regolamentazione rigorosa del mercato televisivo e del conflitto di interessi. Ma alcuni di questi errori, meno appariscenti ma altrettanto sostanziali, vorremmo che fossero molto più chiari presso le forze di quella che oggi si chiama Unione. Il nesso profondo tra quella necessaria regolamentazione e l'esigenza di una riforma dell'istruzione secondaria l'avevamo messo in luce dieci anni fa, quando il passato poteva già fungere da lezione per un futuro da costruire nell'interesse di tutti: "Un doppio vuoto legislativo, ma di segno opposto, ha consentito, nell’arco di un ventennio disastroso per la democrazia italiana, l’instaurarsi di un sistema di circolazione delle informazioni e delle idee egemonizzato dalla TV, esautorando progressivamente la scuola delle sue funzioni. Gli stessi governi che, attraverso la deregulation dell’emittenza, hanno consentito il sorgere di oligopoli che controllano la comunicazione televisiva e il mercato pubblicitario, non hanno mai affrontato realmente la questione, urgentissima già trent’anni fa, di una riforma strutturale dell’istruzione superiore, che avrebbe costituito un importantissimo investimento per l’Italia di oggi (ma un profitto privato di gran lunga inferiore per certi capitalisti e per i loro lacchè)" ("Scuola e televisione").
Ma, come ricorda lo stesso Lane, non ci sono state soltanto inspiegabili omissioni nel percorso di quel travagliato governo, ci sono stati anche errori più gravi, in quanto sono state attuate riforme ispirate a ragioni di compromesso, quasi ispirate dal berlusconismo, come se gli stessi leader del centro-sinistra fossero stati abbagliati dalla propaganda mediatica, dallo scambio tra reale e virtuale su cui si fonda la nuova tirannide, quello scambio che l'inascoltato Guy Debord già profetizzava nel 1967 (La società dello spettacolo).
Su tali provvedimenti grava la responsabilità di aver aperto la strada alla politica del centro-destra. Ciò non accadde solo nel campo penale, di cui parla Lane, o peggio in quello della riforma costituzionale, oggi più che mai attuale, ma anche in quello scolastico, con un progetto di riforma di stampo eccessivamente anglosassone, ricalcato poi, almeno in parte, dalla "riforma Moratti", con il dirottamento di risorse alle scuole private e con la famigerata vicenda dell'art. 29 (cfr.
"Professionalità docente e paradossi della contrattazione nazionale"). La consapevolezza esplicita di queste omissioni e di questi errori è un passaggio ineludibile per evitare di ripeterli.

7) Oltretutto, la Costituzione, stravolta dalla maggioranza di governo, snatura ulteriormente finalità, funzioni e ordinamenti del sistema formativo affidandone la competenza alle Regioni.

8) Lo stesso Scalfari, in un articolo più recente ("Chi gioca a rubamazzo col popolo sovrano", La Repubblica, 27 marzo 2005), prefigurando la gravità dell'attuale scenario politico, mette in guardia rispetto a tale oscura minaccia: "Domenica prossima si disputa una competizione della massima importanza per il futuro del paese. Non ancora decisiva. Se il centrosinistra vincerà, avrà migliori chances per vincere nel 2006; se non vincerà il percorso successivo sarà tutto in salita perché il potere populista-mediatico non perdona. È uno schiacciasassi da incubo".

Fidenza, 29 Marzo 2005

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