Scuola Democratica

Dossier scuola


"Trattiamoli come gli universitari" di Raffaele Simone
(L'Espresso, 29 settembre 2000)

Prima di parlare dello stipendio degli insegnanti, bisogna immaginarsi quali sono le prestazioni che svolgono e in quale contesto. (1) gli insegnanti hanno per lo più un titolo di studio elevato ottenuto con anni di impegno. (2) Fanno un lavoro pesante intellettualmente e fisicamente, che comporta un grande investimento di energie, e a volte richiede un equipaggiamento fisico di tipo atletico (per fronteggiare classi di ragazzi non sempre pacifici e carini). (3) Lo fanno in un contesto disagevole, che rinnega perfino il minimo istinto di territorialità: senza un ufficio in cui installarsi, senza nulla che significhi “qui sto io”, che non sia uno spigolo di tavolo in corridoio. (4) Lo fanno senza nessunissima speranza di carriera (unicum mondiale!), perché vanno in pensione nello stesso status con cui sono entrati e con uno scarto salariale irrisorio. (5) Il loro lavoro deborda nelle loro case in misura crescente. (6) Svolgono l’essenziale funzione civile di portare le giovani generazioni dallo stato di ignari fantolini a quello di giovani consapevoli. Senza di loro il paese non sarebbe molto diverso dall’Albania.
Se queste sono le loro prestazioni, bisogna dire chiaramente che lo stipendio che ricevono non è solo “da fame” (come ha detto il ministro) ma anche “da vergogna”. Infatti da solo non permette di vivere e produce una generale diffidenza sociale. Hanno, certo, quasi due mesi di vacanza, ma non è detto che li vogliano (perché non hanno i soldi per goderseli). Gli insegnanti italiani hanno il solo difetto di essere troppo pazienti. Se avessero piena coscienza di quel che valgono, di quel che fanno e del poco che vengono retribuiti, dovrebbero piantare al governo una grana epocale. Non lo hanno fatto, e per questo meritano la riconoscenza civica più profonda.
Per liberarli dell’onta in cui vivono, bisogna fare alcune cose. Devono poter avere una carriera, magari in connessione con quella degli universitari, ai quali sono affini (molti professori universitari valgono meno). Devono poter avere responsabilità diverse e retribuzioni differenziate: ad esempio, devono poter lasciare l’insegnamento dopo 20-25 anni di “fronte”, per prendere fiato, trasferire ad altri la loro esperienza e riuscire a guadagnare di più. Devono sapere che chi dà il servizio migliore deve avere uno stipendio migliore e periodi di sabbatico per studiare in pace. Devono avere un orario di lavoro che non coincida con quello di lezione: un orario entro il quale fare in modo decoroso la varietà di cose che la loro professione richiede. Devono avere un ufficio attrezzato a dovere (come capita in alcuni paesi) in cui svolgere la parte non pubblica del loro lavoro. Insomma, devono essere percepiti come professionisti intellettuali, e non più come “vestali della classe media”.


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